ILLUMINISMO
DEL TANGO TEATRALE
di Marco Castellani - The
Tangueros Quartely Review- Aprile 2007 -
Un
giorno o l’altro, qualcuno dovrà prendersi
la briga di scrivere per esteso una storia critica
degli spettacoli e delle compagnie di tango, non
tanto perché l’argomento induca l’azionariato
milonguero a una maggior salivazione, né perché del
battere siepi diverse da quelle già battutissime
della diceria e del pettegolezzo ci sia un’impellente
richiesta. Penso piuttosto che il
tango rappresentato in teatro, in quello che
certamente non è il suo domicilio legale,
convochi suo malgrado tecniche, nozioni, temi e concetti
più generali di quelli altrimenti messi in
campo nel suo ambiente naturale; tecniche, nozioni,
temi e concetti senza i quali il tango non riesce
a formulare su di sé alcun pensiero critico,
se non sotto il cielo basso e verbosissimo del dilettantismo
specializzato. Anche le questioni di stilistica
di più alto volo, se confinate al solo ambito
tanguero, suonano infatti pedanti e auto-referenziali
come le microscopiche tragedie che ogni giorno si
consumano tra gli sbadigli del mondo. Miopi come
le diatribe dei filatelici e non meno dettagliati
dei rinfacci tra hobbisti, i propri conti il tango
li vuole regolare in famiglia, con le porte di casa
chiuse. Se invece gioca in trasferta, è perlomeno
costretto a venire a patti, e al limite alle mani,
con tutti i dispositivi della macchina teatrale,
dalle luci all’amplificazione all’allestimento,
e con le pratiche artistiche della drammaturgia e
della regia. E’nell’uso di questi elementi,
o nella colluttazione con essi, che si rivolge il
massimo dell’intenzionalità di un autore; è da
qui che si possono dedurre notizie ulteriori sulla
sua poetica e sulle ragioni stesse del suo operare
scenico. In quanto alla coreografia: beh, per poterla
valutare prima bisognerebbe che ci fosse.
Non sembri questa una svenevolezza alla Arbasino,
ma il tango in teatro si fa sempre riconoscere; anzi,
fa del farsi riconoscere il suo unico
obiettivo. Come un ciliegio o una pecora, che nessuno applaudirebbe in
un orto o sul cassone di un Apecar, ma che vengono vastamente acclamati
una volta trasportati “tali e quali”in teatro, anche il tango
punta al mediocre conforto del riconoscimento, al farsi ravvisare per “tale
e quale”a quella certa danza che è autentica per convenzione
e custodita chissà dove. Se da un lato il tango teatrale rimanda
a un ipotetico controvalore aureo di cui tuttavia non è mai possibile
verificare il “bene fondi”, dall’altro, pur accettandone
l’avallo, lo diffida a presentarsi in pubblico così com’è.
Sembra la trama di ‘O Zappatore: un padre provinciale che finanzia
i lussi del figlio, ma di cui egli sotto sotto si vergogna. Lo scomodo
congiunto non potrà dunque debuttare in società senza lo
straccio di una produzione. Le luci, i costumi, la bigiotteria, la gestualità magniloquente
e i continui ammiccamenti al demi-monde dell’intrattenimento turistico,
costituiscono lo sgargiante armamentario, la mucha producciòn*,
con cui il tango teatrale cerca di salvare le apparenze e, nello stesso
tempo, di alludere al suo garante popolare, senza il quale non esisterebbe.
Quando di malavoglia accondiscende al teatro, il tango si correda, si “carica”di
chincaglieria, in modo che, attraverso e nonostante la caricatura che
temporaneamente lo maschera, possa venire smascherato, cioè riconosciuto,
e di conseguenza perdonato per l’ingerenza territoriale. Si tratta
pur sempre di un “povero disgraziato”che simula quelle che
lui crede essere le smancerie del ricco, ma che in realtà non
vede l’ora di tornarsene tra le mura domestiche. Di qui i suoi
modi petulanti o furbescamente umili, da impunito; di qui il suo rifiuto
ad assumersi il rischio di una qualsiasi definizione coreografica e musicale.
Per paura che traspaia il villano momentaneamente rifatto, e che dentro
le sue scarpe di vernice si percepiscano i piedi sporchi, il tango teatrale
gioca d’anticipo, accantonando ogni ambizione artistica e rinviando
l’atto creativo a data e luogo da destinarsi. Parla, questo sì e
con abbondanza, della sua storia; ripercorre la sua evoluzione in ordine
cronologico; ricostruisce gli ambienti sociali in quadretti lacrimogeni
o divertenti scenette; cerca il consenso del pubblico con numeri d’attrazione
o con qualche appiccicoso atteggiamento sexy; rimette insieme musiche
e stili di danza che furono tra loro nemici inconciliabili; mostra, paradossalmente
avvolte in tabarri luminosi di molte migliaia di watt, le sue presunte
stelle. Insomma, il consueto repertorio di trucchi di un’arte di
vera e profonda bellezza, ma a cui qualcuno ha fatto credere di essere
di serie B e, come tale, di doversi limitare a spettacoli di genere.
Un’arte a cui è permesso al massimo di confermare sé stessa,
in un’allucinazione fondata sulla perpetua glossa a esempi ricevuti
e sulle diverse combinazioni di elementi costanti: la classica, e autorizzata,
rivista di tango.
Questo nei migliori dei casi, perché ora non avere talento non
basta più. La dilagata mercificazione del tango, l’agganciamento
al pendolo delle mode, i suoi nuovi imprenditori, fanno sì che
sia soprattutto chi non ha niente da dire ad andare a dirlo in palcoscenico.
Ecco dunque il nuovo degrado: il tango-show “irriconoscibile”,
tautologico, che rinvia soltanto a sé stesso. Un tango platealmente
mimetico, “recitato”da ballerini provenienti
in gran parte dal folklore, e perciò tradizionalmente estranei,
per filosofia, tecnica e coscienza di sé, al mondo della milonga,
ma in compenso economici, intercambiabili e senza fisime artistiche.
Per costoro, venuti su tra i palcoscenici rusticani del Ballet Nacional
e il glamour grottesco delle cene-spettacolo, non c’è nessuna
relazione di temperatura, nessuna tensione dialettica tra pista e scena,
tra vita e tango: solo l’asservimento ipocrita alle esigenze dello
show-business, il furto con poca destrezza del calco, dell’imitazione,
della parodia sorridente, del falsetto. Come dimostrano gli odierni para-musical,
ad attirare il pubblico rintronato dalla televisione sono soprattutto
i piedi sporchi.
“Il momento significativo dell’opera d’arte”- scriveva
più o meno Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo - “non
consiste nell’armonia realizzata con la realtà, ma nei tratti in
cui affiora la discrepanza, il necessario fallimento della tensione appassionata
verso l’identità”. E con questo siamo a posto: tutto il contrario
del tango teatrale, che invece considera fallimentare proprio ciò che
discrepa dalla realtà e resiste all’identificazione. Per restare
sul versante strettamente illuministico, è buona norma che gli interpreti
di uno spettacolo di tango standard siano costantemente inondati dalla luce dei
proiettori, specie se frontali. Ciò non avviene per festeggiare la scoperta
dell’elettricità, quanto piuttosto per mettere il pubblico nelle
condizioni di “identificare”l’artista, come in quei film americani
in cui si richiede alla vecchietta di individuare, tra i diversi candidati introdotti
nella show-room, il veloce borseggiatore riuscito purtroppo a dileguarsi. Nell’archetipo
di tutti gli show di tango, il Tango Argentino di Héctor
Orezzoli e Claudio Segovia del 1983, le sette
coppie di ballerini erano addirittura seguite, come dei carcerati sorpresi durante
un’evasione, da altrettanti fari a “occhio di bue”. Un effetto
di strabismo multiplo da Notte dei Pattinatori che letteralmente spiaccicava
le ombre al suolo e sul fondale. L’intenzione dichiarata nello stesso claim
dello spettacolo era, d’altronde, quella di rifarsi all’estetica “coatto
chic”dei night-club di San Telmo in cui i produttori
avevano raccattato, con la sola eccezione delle coppie formate da Elvira
e Virulazo e da Maria Nieves e Juan
Carlos Copes, tutti i loro protagonisti. A proposito di Copes, che del
balletto di tango si proclama inventore, dirò invece che, pur non avendo
visto le sue creazioni degli anni ‘60, se non in alcune foto di scena in
cui era riuscito a far vestire Astor Piazzolla da compadrito, mi vien fatto di
credere che esse non fossero in nulla diverse da quelle assiduamente approdate
a ogni suo spettacolo posteriore, da Copes Tango a El Bailarìn del siglo
al film Tango di Carlos Saura,
allo stesso Tango Argentino, di cui peraltro si è proditoriamente
accaparrato il Tony Award per la coreografia: lo
sketch del “maestro”, il ballo fra uomini, l’amante lustrascarpe,
la triade perenne Danzarìn Recuerdo Verano Porteño, la coppia solista
davanti e il resto dei ballerini a fare mucchio là dietro. Non sarò certo
io a pretendere un nuovo assortimento di coreografie da un uomo il cui senso
dell’inalterabilità è arrivato a concepire l’ingualcibile
smoking-muta da sommozzatore, con chiusura lampo “a scomparsa”sullo
sparato: quelle che ripete da cinquanta anni a questa parte, stia pur tranquillo,
non fanno una piega. Da parte sua, Tango Argentino ha il
merito indiscusso di aver rifatto conoscere il tango nel mondo, e anche quello
meno encomiabile di aver dettato il canone dei malintesi, la “maniera”del
tango-show. Come La Settimana Enigmistica, vanta innumerevoli tentativi
d’imitazione, tutti però perfettamente riusciti: dalle copie smaccate Forever
Tango e Tango Pasiòn, fino alle recenti
e sempre più sbiadite riproduzioni, il cui nome è imbarazzante
accostare all’originale. Ha anche, per così dire, inventato i
destinatari dello show di tango: un pubblico d’esportazione disposto ad
applaudire gli svarioni di una cultura che conosce solo superficialmente.
Tant’è vero che quando nel 1992, dopo quasi nove anni di ininterrotti
successi planetari, Tango Argentino arriva finalmente a
Buenos Aires, deve chiudere in meno di tre settimane, nella delusione
generale. Tutte le riedizioni successive, da Corrientes a Broadway, sono una
sfilza di tristi fiaschi. Nonostante il rastrellamento di nuovi interpreti, lo
spettacolo non riesce ad affrancarsi da una formula ormai risaputa e finisce
per morire asfissiato dal pulviscolo dorato della sua stessa gloria.
Per arrivare a una novità nel tango teatrale,
bisogna dunque aspettare gli ultimi anni ‘80 e il Tango
x 2 di Milena Plebs e Miguel
Angel Zotto, di cui i due ballerini sono inizialmente i soli autori
e protagonisti. Questo loro primo spettacolo compendia l’entusiasmo
e la sincerità con cui la nueva camada di giovani sta raccogliendo
il testimone della sapienza milonguera e
gli insegnamenti dei grandi maestri. Un piccolo gruppo di ballerini che,
per la prima volta dopo decenni, vuole conoscere e fare propria la segreta
poesia del tango; che censisce i milongueros di valore, studia lo stile
dei creatori, restituisce efficienza ai classici, collauda uno a uno,
come piloni di una teleferica, gli stadi evolutivi della danza, e infine
ripristina le potenzialità espressive di un linguaggio che la
maggioranza dei giovani argentini ancora considera, non a torto, più morto
di un inno sacro. Milena Plebs, Miguel Angel e
Osvaldo Zotto, Guillermina Quiroga, Pablo Veròn, Carolina Iotti,
Gustavo Naveira, Vanina Bilous, Alejandro Aquino, Mariachiara Michieli:
questi sono i nomi delle piccole barche che, facendo la spola tra la
grande nave incagliata nella notte e le nuove rive, portano in salvo,
ciascuna con la propria “capacità”, il prezioso carico.
Tango x 2 è il primo risultato del traghettamento. Non rompe col
modello “naturale”di spettacolo a spiedino, e nemmeno rifiuta
l’ossequio agli stilemi di Tango Argentino da cui pure proviene,
ma è comunque un primo passo verso la serie A; almeno finché dura
la coerenza del monologo. La sua vera importanza è piuttosto quella
di indicare, con la grazia artigianale di uno spettacolo auto-prodotto
e indipendente, una strada praticabile a una generazione martoriata dalla
dittatura militare, ma che ora finalmente può e vuole dire la
sua. Da questo momento in poi, l’inno sacro, la lingua morta “purché ben
morta”di Fortini, le catene di Valery, daranno a quei giovani ballerini
le ali.
Strano ma non inspiegabile destino che ad allontanarsi definitivamente
dalla sinopia del tango teatrale, e a creare un tango a sua immagine
e somiglianza, sia proprio una ballerina e coreografa
italiana. L’aiuta, certo, il pathos della lontananza, la
stessa nostalgia per la montagna / bruna per la distanza, che aiuta anche
il nostoi di Ulisse; e l’assiste forse la caposselliana teoria
delle risacche, secondo cui ogni oggetto portato dalla marea è,
per chi lo sa usare, un innesco d’incantesimi, una lampada di Aladino
il cui genio fuoriesce inaspettatamente da chi la strofina. Fatto sta
che Mariachiara Michieli, con le strofe
mozze di quell’inno sacro, con gli scarsi cocci dispersi dagli
oceani e arrivati fino a Venezia, ricompone tutto un suo mondo fiabesco.
Per adempiere il quale alla fine degli anni ‘80 si trasferisce
a Buenos Aires, nel turrito reame di Miguel Balmaceda,
Pepito Avellaneda e Antonio Todaro. Ed è per rendere veri
quei frammenti, Sabarasa, A Evaristo Carriego,
che insieme al suo compagno Alejandro Aquino e
a chi qui ora scrive, tre anni più tardi crea Tangueros.
E’soltanto la prima stesura, ma ha già una precisa definizione
stilistica. Coreografia, musica, luci, costumi, regia: tutti gli elementi
rispondono a una concezione unitaria. Tangueros
dà al tango, per la prima volta nella storia, una “forma”teatrale
all’altezza della sua nuova casa. Lo spettacolo celebra Osvaldo
Pugliese, dà una cittadinanza scenica all’enorme
arte dei milongueros, ne campisce l’oscura e terribile anonimia
in un abbacinante controluce. Nessun proiettore frontale o di taglio:
i ballerini sono ritagliati su un fondale di luce che come un’aura
ne circonda la danza. Più che un appello all’identificazione,
Tangueros è trasfigurazione, illusionismo, fantasmagoria: verità mediante
phantasmata. Anche la coreografia va contro-corrientes. Non più il
solito campionario di esibizioni, ma “danza”, scrittura corporea,
creazione articolata: eccolo, finalmente, quel “pensiero ballato”che
una definizione troppo famosa associa, come una colpa originaria, alla
tristezza. I pochi squilibri non sono altro che l’insorgenza di
contenuti ancora non domi, le incertezze di chi allarga il proprio arco
lessicale perché non gli basta più il sapere omogeneo della
milonga, ma affida al tango teatrale il compito di fondare un mondo nuovo.
Squilibri e incertezze che spariscono quando nel 1996 Mariachiara si
separa da Alejandro e si ritira dalle scene. Ora la sua voce è costretta
ad aprirsi in più voci, nella “drammaticità”obiettivamente
teatrale delle coreografie dialogate che crea per i ballerini della sua
compagnia. Nascono uno dopo l’altro Milonga
Boulevard, Cuatro Noches, Corazon Quebrado,
Desdelalma, Slums/Bajofondo, Catalogo, spettacoli in cui Mariachiara
struttura il suo linguaggio coreografico, il suo “mondo nuovo”.
Un tango unico per eleganza formale e ricchezza di contenuti, ma anche
per certi versi insostenibile, almeno per i professionisti delle ultime
generazioni. Perché insostenibile si è fatto nel frattempo,
per questi ballerini dal sangue vuoto di milonga e adulatori del mercato,
un gesto umano plasmato nel fuoco e “riferito”in palcoscenico
con la stessa cura con cui si scelgono le parole dell’amore.
“Una composizione, qualora non generi da sé medesima una ricca e
autosufficiente complessità, vivrà grazie ai supporti forniti dall’ideologia
del tempo, ossia grazie ai contributi dello spettatore, persuaso di ricevere
dall’opera quelle leggi che egli medesimo inavvedutamente le conferisce;
mentre il proprio di ogni grande opera d’arte è di dettare essa
stessa tutta una legislazione.”Così, ancora, Franco Fortini. Ma
in quel pionieristico 1992, quando cioè l’attenzione dello spettatore
di tango si stava ancora organizzando, la “legislazione”di Tangueros,
ossia la sua effettiva gittata, si poteva misurare piuttosto dalle difensive
alzate di sopracciglio che inizialmente le votarono le istituzioni teatrali,
e dalla erculea semplificazione che ne diedero le nascenti comunità tanguere
in Italia. Dal tango, i critici e i direttori artistici d’allora s’aspettavano
tutt’al più una serata amena, in cui magari ritrovare le digestive
atmosfere del Viejo Almacen o della Casablanca de Buenos Aires, dove una volta
si erano recati dopo il serio balletto al Teatro Colòn. Gli ufficiali
della critica invece, tranne rarissime eccezioni, parlavano più volentieri
di costume che di danza e mutuavano da quel basso giornalismo le automatiche
cantilene che poi sparpagliavano nelle loro recensioni: evidentemente, quegli
stessi aguzzi coltelli che fino a un attimo prima erano serviti benissimo per
sezionare una coreografia, mettiamo, di Pina Bausch, erano diventati di colpo
troppo “artistici”per il tango. Le associazioni, da parte loro, cercavano
in Tangueros uno specchio benevolo in cui riconoscersi; ci
rimproveravano una carenza in didascalie, una manchevole propensione ad accompagnare
per mano il pubblico non specializzato. Erano dei milongueros, loro. E
un tango “che faceva il difficile”metteva a repentaglio affiliazioni
e tesseramenti, spaventava la potenziale clientela del ballo sociale. Quando
era vero il contrario: proprio perché Tangueros elaborava a un livello
più alto la verità e la bellezza di un’arte “popolare”che
era già perfettamente consapevole di sé quale “atto estetico”,
ne faceva intravedere il possibile corpo glorioso, fungeva cioè da detonatore
di vocazioni. Tangueros insomma, aveva preso la “ideologia del tempo”alla
sprovvista. Quando questa venne allo scoperto con tutti i suoi snobismi e pregiudizi,
più che “contributi”ci offrì il contentino di una legittimazione
pelosa e intermittente. I guardaportone dei fasti supremi della danza da un lato,
e i gestori dei “fondi comuni”del tango dall’altro, in realtà stavano
cooperando a preparare i disonorevoli giorni del tango
di oggi. Tollerarono appena uno spettacolo senza
Cumparsite, Libertanghi, vestiti da veglione e tutto il birignao solo perché i
nostri teatri erano sempre esauriti e la danza di Mariachiara e Alejandro obiettivamente “irraggiungibile”.
Cercarono, senza successo, di impegnarci in scaramucce di retroguardia, quando
noi volevamo fare un fuoco di ogni frasca. E anche così, senza che fosse
ancora passato un anno dall’esordio, Tangueros era
arrivato ugualmente al Teatro Regio di Torino. Una lunga tournée nei grandi
teatri italiani ci stava aspettando. Penetrati nel fortilizio, ci apprestavamo
a pestare la coda al leone. Una delle prime tappe fu Genova, al Teatro della
Tosse. E la sera del debutto, nelle prime file c’era Lele Luzzatti. Avevamo
quasi vergogna di mostrare all’illustre uomo di teatro, al re mago della
scenografia e della pittura, il nostro spettacolo di tango “nudo e crudo”,
come dicevamo allora; spoglio, senza scene, dai costumi castigati, sempre in
controluce, Tangueros puntava tutto sulla danza e sulla musica. Quando alla fine
venne in camerino, ci aspettavamo i soliti complimenti di circostanza. Invece,
dopo averci cortesemente mentito dicendoci che il nostro era lo spettacolo più bello
della stagione, ci prese da parte e ci sussurrò quest’unica parola: “Un
poeta dice che si viene al mondo tra bestie buone e scarabocchi. Io non so chi
siano le vostre bestie buone, ma ho appena visto i vostri scarabocchi; che, come
un altro poeta ha scritto, vengono meglio sul nero. I bambini disegnano spesso
con i gessetti colorati sulla carta nera. Il fondo nero permette l’enfasi
dei colori. Per cui questi disegni di bambini sembrano dei prodigi di sensibilità coloristica:
semplicemente perché il nero produce questa coordinazione. Ora, scrivere
sul fondo nero, cioè sul fondo dell’irrazionale, dell’istintuale,
del non controllo critico, certo permette di dare l’illusione, un po’come
i disegni infantili, che i loro colori siano tutti intonati. Ma dove l’attività artistica
si unisce al momento critico e autocritico, quando si disegna cioè sul
chiaro, allora tutto diventa più difficile. Il tango nasce sul nero, che è il
buio dell’istinto. E’fatto di segni che affiorano dall’oscuro
cisternone dell’inconscio. Voi questi segni li avete illuminati, li avete
portati alla luce, resi veri, e più belli ancora, senza quasi toccarli.
Avete osato togliere il fondo nero.”
* Quando una ragazza si trucca e si mette un bel vestito in Argentina
si dice che è “producida”
Marco Castellani
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